Eroi dimenticati: Armando Tomasetti

 

Tra il 17 ed il 30 gennaio 1943 si svolse il drammatico ripiegamento dall’ansa del Don del Corpo d’Armata Alpino, comprendente le divisioni Julia, Tridentina e Cuneense, conclusosi con la rottura dell’accerchiamento sovietico, il 26 gennaio a Nikolajevka, ad opera della divisione “Tridentina” coadiuvata dai pochi superstiti della divisione “Julia” (meno di 3.500 sui 19.000 partiti per la Russia).

L’8 febbraio il bollettino di guerra sovietico n. 630, fornendo un resoconto delle vittorie di quei giorni (sfondamento del fronte del Don, disfacimento delle armate dell’asse, resa delle truppe tedesche a Stalingrado), si concluse con queste parole: “Soltanto il corpo alpino italiano deve ritenersi imbattuto sul suolo di Russia.”

Nell’anniversario di quei fatti voglio ricordare, tra i tanti e per i tanti che non tornarono, un caduto goriziano che vi partecipò meritandosi la medaglia d’argento al valor militare, il sergente maggiore della Julia Armando Tomasetti, 9° Reggimento, battaglione Vicenza, 29ma sezione salmerie, mio zio.

Era nato a Gorizia il 14 ottobre 1910 da una famiglia di forti sentimenti patriottici. Il bisnonno Valentino aveva combattuto con Garibaldi, suo padre Italico ed i suoi zii Luigi ed Ettore, allo scoppio della prima guerra mondiale si erano rifugiati in Italia e si erano arruolati volontari nell’esercito italiano. Ettore, il più giovane, cadde il 15 novembre 1917 sul Montello durante i primi giorni della battaglia d’arresto al Piave (il suo nome è scolpito sul monumento del Parco della Rimembranza dedicato ai volontari goriziani caduti ).

Armando Tomasetti crebbe in questo clima familiare ed inoltre in un profondo amore per il corpo degli alpini. Il padre Italico, poi deportato in Jugoslavia il 3 maggio 1945 (il suo nome è tra quelli sul lapidario al Parco della Rimembranza), era capo sellaio del 9° reggimento della Julia, costituito proprio a Gorizia nel 1921 e qui di stanza fino al settembre 1943, e casa nostra era sempre piena di alpini che lavoravano con lui.

Armando Tomasetti fece quindi la ferma tra gli alpini e fu richiamato quando, alla fine di agosto 1939 fu ordinata la mobilitazione. Nel 1940 raggiunse la divisione in Albania e partecipò a tutta la campagna di Grecia combattendo in prima linea, col “Vicenza”, durante l’avanzata in territorio ellenico e, nella fase difensiva, sul monte Beshistit e le pendici dello Scindeli, nella sanguinosa, epica resistenza nella zona Tepeleni-Vojussa che meritò alla Julia l’appellativo di “divisione miracolo”.

Rientrato in Italia con un congelamento di secondo grado e con la malaria, si sposò il 6 settembre 1941. Ma solo undici mesi dopo, il 14 agosto 1942 ripartì per la Russia, senza aver potuto vedere il figlio che nacque 4 giorni dopo la sua partenza. Avrebbe potuto rimanere in Italia, per il normale avvicendamento e per le condizioni di salute, ma rifiutò di abbandonare il suo reparto. Sono stato testimone di questa sua ferma decisione.

In Russia il corpo alpino, destinato inizialmente al Caucaso, fu schierato sul Don. In dicembre, la grande offensiva sovietica travolse le divisioni italo-tedesche che reggevano il fronte alla destra degli alpini. La Julia fu spostata perciò sul Kalitva, affluente di destra del Don, col compito di proteggere il fianco sud dello schieramento alpino. Qui per un mese, dal 18 dicembre 1942 al 17 gennaio 1943, si dissanguò respingendo i massicci attacchi di forze sovietiche soverchianti e perdendo quasi la metà dei suoi effettivi. Fu citata per il suo valore (fatto raro per una formazione non tedesca) dallo stesso bollettino di guerra germanico del 29 dicembre 1942: “Nei contrattacchi difensivi della grande ansa del Don si è particolarmente distinta la divisione alpina Julia”.

I sovietici non riuscirono dunque a passare, ma il 15 gennaio anche l’armata ungherese a nord del corpo alpino fu travolta. Potenti forze sovietiche penetrarono in profondità dai due lati rinserrandosi a tenaglia alle spalle degli alpini italiani, rimasti ormai i soli reparti combattenti attestati sul Don. Nell’enorme sacca rimasero chiusi circa 48.000 alpini, 12.000 fanti della divisione Vicenza aggregata al corpo alpino, 10.000 soldati di altri piccoli reparti e circa 40.000 sbandati, tedeschi, rumeni, ungheresi, croati, italiani, disarmati, indisciplinabili, che gli alpini denominarono “armata barbona” (molti di essi riuscirono ad uscire dalla sacca a rimorchio degli alpini).

Finalmente, il 17 gennaio, il corpo alpino ricevette l’ordine di sganciarsi. Iniziò l’epico ripiegamento. Le 3 divisioni dovettero aprirsi il varco nei successivi sbarramenti russi compiendo a piedi, combattendo, centinaia di chilometri nella neve, con temperature tra i meno 30-35 gradi di giorno ed i meno 40-45 di notte, quasi senza cibo, con indumenti e calzature inadatti a quel gelo (enorme il numero dei congelati) con scarse munizioni, senza collegamenti, senza appoggio di artiglieria (che non fossero i piccoli calibri da montagna poco efficaci in una guerra in pianura e del tutto inutili contro le corazze dei T 34 russi ), di mezzi corazzati e di aviazione.

Il 20 gennaio, il 9° reggimento dovette superare uno di tali sbarramenti nel villaggio di Kopanki. La battaglia, alla quale parteciparono i 3 battaglioni del 9° (Vicenza, L’Aquila e Val Cismon) e i gruppi di artiglieria alpina Udine e Val Piave (del 3° reggimento artiglieria alpina Julia, anch’esso di stanza a Gorizia), si protrasse senza esito per tutta la giornata. Solo verso sera, con un ultimo attacco, il battaglione Vicenza riuscì a sfondare. Caddero in quest’azione, del solo Vicenza, più di 100 alpini. Per il comportamento tenuto durante questa battaglia fu conferita ad Armando Tomasetti la medaglia d’argento con la seguente motivazione: “Comandante di squadra, durante un accanito combattimento, visto cadere il proprio ufficiale, con pronta iniziativa assumeva il comando del reparto e, dando esempio di capacità e noncuranza del pericolo, lo trascinava alla conquista di forti posizioni nemiche che manteneva saldamente resistendo incrollabilmente ai ripetuti contrassalti dell’avversario. Rimaneva disperso nel corso di una successiva azione. Kopanki (Russia), 20 gennaio 1943.”

Di quella “successiva azione” nella quale Armando Tomasetti fu dato per disperso venimmo a sapere da un alpino del suo reparto che, salvatosi e tornato in Italia, nel maggio 1943 venne appositamente a Gorizia per raccontarci degli ultimi momenti della sua vita. Aveva sentito il dovere di farlo, perchè, disse a mia nonna, madre di Armando “se io sono ancora vivo lo devo a suo figlio”. Io ebbi modo di ascoltare di persona le sue parole che mi rimasero indelebilmente impresse nella memoria. Raccontò dunque quell’alpino che il reparto si era trovato sotto l’attacco di carri sovietici nei pressi di una scarpata ferroviaria. Per salvarsi era necessario superarla, ma qualcuno doveva sacrificarsi impegnando i carri il tempo necessario allo sganciamento. Armando Tomasetti che era rimasto il più alto in grado, si assunse quel compito, consentendo al resto del reparto di porsi in salvo. Così si concluse l’esistenza dell’alpino goriziano Armando Tomasetti .

Quell’episodio si svolse certamente a Nikolajevka, dove gli alpini combatterono l’ultima, durissima battaglia per uscire dalla sacca ed unica località attraversata dalla ferrovia in cui, dopo il 20 gennaio, gli alpini si imbatterono durante il ripiegamento.

Sulla scorta dei resoconti storici, così si possono ricostruire i movimenti della sezione salmerie di cui faceva parte Armando Tomasetti. Il giorno dopo la battaglia di Kopanki, il 9° reggimento fu completamente distrutto a Lessnitchanskj. Attaccati da carri e fanterie sovietici mentre si riposavano sparpagliati nei capannoni di un kolkoz, gli alpini resistettero dalle 16 alle 23, poi furono sopraffatti. Il 9° reggimento cessò di esistere. Tuttavia, oltre ai pochi superstiti che riuscirono a sganciarsi col favore delle tenebre, scamparono al massacro anche due gruppi di slitte e di salmerie del 9° reggimento, 400 uomini, che marciavano su un’altra pista. Nel secondo gruppo che comprendeva anche le salmerie del battaglione Vicenza doveva esserci anche Armando Tomasetti. Questi gruppi riuscirono a ricongiungersi con la “Tridentina” che procedeva all’avanguardia e proseguirono con essa il ripiegamento fino a Nikolajevka dove parteciparono alla battaglia decisiva.

L’11 febbraio ad Akhtirka, dove i reparti si riordinarono, furono contati 24.500 alpini superstiti (dei quali ben 11.000 feriti e congelati) sui 48.000 che avevano iniziato il ripiegamento. Tra essi Armando Tomasetti non c’era più.

Una sola considerazione finale. Il giudizio etico e politico sulla guerra e sulle responsabilità appartiene alla storia ed agli storici, ma l’abnegazione e l’eroismo con cui tanti giovani si sacrificarono sui vari fronti del secondo conflitto mondiale, certi di farlo per l’Italia, non può e non deve essere nè dimenticato nè rimosso. Il senso della Nazione si recupera anche onorando questi suoi figli.

(pubblicato integralmente dal “Piccolo” di mercoledì 20 gennaio 1999).

Italico Chiarion

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Armando Tomasetti a Gorizia, giovane sergente

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Ancora Armando Tomasetti sergente a Gorizia

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Armando Tomasetti nel 1939, a Bureli (Albania)

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Armando Tomasetti sul fronte greco, sergente maggiore del 9° Reggimento Julia, battaglione Vicenza

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Armando Tomasetti in Grecia, ricoverato in ospedale militare, convalescente da malaria

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L’ultima cartolina inviata da Armando Tomasetti dal fronte del Don il 2 gennaio 1943

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Le ultime parole di Armando Tomasetti dal fronte del Don. (retro della cartolina precedente)

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Il diploma della medaglia d’argento al V.M. conferita al sergente maggiore Armando Tomasetti per il suo comportamente durante la battaglia di Kopanki.