Ritorno a Gorizia 1945-1947

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Tappe della Redenzione

Nella tarda serata del 29 aprile 1945 i tedeschi si ritirarono e già nel corso della giornata il Comitato di Liberazione Nazionale di Gorizia, formato da rappresentati di tutti i partiti antifascisti italiani, aveva stretto un accordo con i rappresentanti dell’Osvobodilna Fronta, cioè del Fronte di Liberazione jugoslavo – nel quale si riconoscevano anche molti italiani ideologicamente orientati in quella direzione – allo scopo di contenere possibili azioni armate dei collaborazionisti Cetnici, ventimila uomini della divisione “Dinara” che in quel momento incominciavano a defluire da San Pietro per consegnarsi oltre l’Isonzo alle truppe neozelandesi. I filo-jugoslavi pretesero e ottennero l’allontanamento da Gorizia delle forze militari del fronte clandestino italiano (carabinieri, elementi delle Squadre di Azione Partigiana “Santa Gorizia”, alcuni ex militi della Difesa Territoriale – in tutto circa 300 uomini armati di mitra), sostenendo che era meglio contrastare le temibili bande serbe nel Collio anziché in città, pur di non arrecare ulteriori danni alla popolazione. A Gorizia rimasero ad affrontare i Cetnici solo alcuni civili armati aderenti al C.L.N. e in palese dissenso con le direttive emanate, unitamente agli agenti della Questura e ad altri ex militari sbandati, nella convinzione che ciò servisse ad accelerare la loro partenza dopo che avevano già commesso diverse uccisioni e atti di violenza.

Nel primo pomeriggio del 1° maggio entrarono in città le avanguardie del IX Korpus jugoslavo, mentre le truppe neozelandesi, essendo stati nel frattempo fatti saltare i ponti sull’Isonzo, arrivarono qualche ora più tardi provenendo dalla strada Sdraussina-Savogna d’Isonzo e assunsero poi, nei confronti degli alleati jugoslavi, una posizione defilata e attendista, poiché ebbero l’ordine di non creare situazioni di attrito con essi.

Seguirono 42 giorni contrassegnati dai ben noti e dolorosi eventi. Il C.L.N. cittadino, che si era rifiutato di avallare l’“annessione” alla Federativa di Tito, venne sciolto e le formazioni dei volontari italiani disarmate, mentre quei membri del C.L.N. che avevano promosso la difesa armata della città contro i Cetnici furono deportati in località dell’interno senza farvi più ritorno. La stessa sorte toccò anche ai carabinieri e ai volontari sopravvissuti agli scontri in Collio e ad altre centinaia di civili goriziani ed ex militari.

Il 9 giugno a Belgrado venne sottoscritto un accordo per attribuire gli ambiti di occupazione nel territorio della Venezia Giulia mediante una linea di demarcazione (la “linea Morgan”) che separasse la zona sotto amministrazione jugoslava da quella sotto amministrazione militare Alleata. Quest’ultima, definita “Zona A”, con competenza anche sulla città di Gorizia e sul suo retroterra orientale per qualche chilometro di profondità, fu sgomberata dalle truppe jugoslave il 12 giugno e sottoposta all’autorità del neo-costituito Governo Militare Alleato, i cui primi governatori – ufficiali britannici con esperienze coloniali – erano animati da uno spirito non amichevole, se non addirittura ostile, nei confronti dei goriziani.

Per un periodo che sembrò un’eternità, gli italiani di Gorizia, già duramente colpiti negli affetti e smarriti, si ritrovarono soli allorché altri italiani – qui come a Roma – non vedevano niente di meglio per la città che un radioso futuro nella Federativa di Tito. Nonostante atti di prevaricazione e intimidazioni, nonostante l’orizzonte si profilasse cupo a fronte degli intenti punitivi trapelati sul conto di alcuni tra i vincitori, protesi ad affermare chini sulle carte che la linea del futuro confine dovesse scorrere “più di qua” oppure “più ancora di qua”, a Gorizia vi fu chi a questo destino non intendeva assolutamente rassegnarsi.

Già nel giugno, successivamente allo sgombero degli jugoslavi, rientrarono gli esponenti del C.L.N. cittadino che erano riparati a Udine, essendo state le loro vite in grave pericolo, e riorganizzarono subito il Comitato in funzione della difesa dell’italianità di Gorizia e a sostegno di quei partiti politici sorti dalla Resistenza che non si riconoscevano nelle mire egemoniche di Tito. Per allargare a tutto campo il ventaglio delle attività, alcuni tra i suoi esponenti diedero vita il 12 agosto 1945 all’Associazione Giovanile Italiana, legalmente costituita con finalità culturali e ricreative. Ma nei suoi giovani, accorsi in tanti con la Patria nel cuore, ardeva la febbre dell’azione e già il 17, esposto provocatoriamente un tricolore privo della stella rossa, attirarono un numeroso corteo che a sua volta generò una contro-manifestazione della parte avversa e un pesante intervento delle truppe Alleate di occupazione. E ancora, meno di un mese dopo, i giovani di Gorizia raccolsero idealmente l’urlo – un “nooo” prolungato e lacerante – lanciato il 13 settembre 1945 dalla platea del teatro “Verdi” nel bel mezzo del coro del “Nabucco” e lo amplificarono fino a Parigi, fino ai giorni delle decisioni cruciali.

Allo scopo di influenzare con cortei e manifestazioni le scelte della Commissione Interalleata preposta alla delimitazione del confine, dal marzo del 1946 insediata nel palazzo dell’ex Prefettura, si cercava di alterare artatamente il quadro etnico della città con un massiccio afflusso di popolazioni dal circondario. Alle coreografie di regime messe in atto dai filo-jugoslavi i goriziani, come presi dal contagioso risveglio morale innescato dall’A.G.I., smisero di piangersi addosso e nei giorni dal 23 al 27 marzo 1946 si riversarono nelle strade come una fiumana per farsi contare dai rappresentanti dei Quattro Grandi che, a quanto pare, ne rimasero impressionati.

Il risveglio della coscienza nazionale italiana ingenerò un timor panico in coloro che vedevano messa in pericolo la conquista (o liberazione, a seconda del punto di vista) del maggio precedente, considerata un diritto acquisito e inalienabile. Furono commesse azioni sconsiderate, come il lancio di alcune bombe a mano nel corso di una commemorazione patriottica al Parco della Rimembranza il 9 agosto 1946, che causò alcuni feriti, o un attentato dinamitardo, per fortuna senza vittime, alla Fiera di Sant’Andrea nello stesso anno. Poiché i giovani dell’A.G.I. non lesinavano azioni provocatorie e rispondevano con decisione a quelle avversarie, l’associazione fu sul punto di venir disciolta dal Governo Militare Alleato per motivi di ordine pubblico, dopo che molti tra i più attivi membri furono anche tratti in arresto e processati.

A questo punto, essendo evidente che un sodalizio fondato con finalità culturali e ricreative non poteva ulteriormente agire in tale modo, sorse un’organizzazione clandestina di autodifesa, con struttura paramilitare e armata, comandata da ex ufficiali italiani. La Divisione “Gorizia” operava in strettissimo contatto con l’A.G.I. e con emissari dello Stato italiano servendosi di sofisticati apparati radio portatili e occultabili. Inoltre, il suo ruolo risultò indirettamente agevolato dal mutato quadro politico internazionale, in sostanza dall’emergere della contrapposizione tra Occidente e Unione Sovietica per le relative sfere d’influenza e, non ultimo, dal venir meno della copertura di Stalin alle pretese del maresciallo Tito. Anche il cambio della guardia ai vertici del G.M.A., con gli americani che, a differenza dei britannici, avevano instaurato un approccio più benevolo nei confronti della popolazione italiana di Gorizia, favorì questa attività clandestina e spesso si finse di non vedere o di non sapere quanto la Divisione fantasma faceva. La rete di copertura e di complicità passive si era progressivamente estesa a tutti i livelli, anche nelle fila della Polizia Civile, della quale molti agenti erano sì agli ordini degli Alleati, ma ormai al servizio della Repubblica.

Allorché l’11 febbraio 1947 un mesto De Gasperi ritornò da Parigi curvo sotto il peso delle clausole del Trattato di pace, apparve a tutti chiaro che al di là delle dichiarazioni propagandistiche di amor patrio e di protesta contro il “diktat” che mutilava la Venezia Giulia, un ciclo storico si era irreversibilmente concluso e che bisognava prendere atto della realtà e guardare avanti con lungimiranza e ricostruire. Se la ricostruzione materiale fu relativamente facile e spedita, non altrettanto si può dire per quella degli animi. Ferite ancora aperte continuarono a sanguinare ben oltre le radiose giornate del 14, 15 e 16 settembre 1947, quando Gorizia, finalmente restituita all’Italia, si ritrovò unita e festante attorno al suo Esercito ritornato. Forse fu l’ultima volta che accadde. Vittorie ai Mondiali a parte…

Sergio Chersovani

 

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Le occupazioni straniere (1943-1947)

Con decreto dell’1 ottobre 1943 gli occupanti tedeschi costituivano il “Litorale Adriatico”, comprendente le Provincie del Friuli, di Gorizia, di Trieste, dell’Istria, del Carnaro e di Lubiana, e tutti i poteri pubblici di carattere legislativo e amministrativo (salvo le questioni militari) venivano demandati ad un Commissario Supremo, con sede a Trieste.

L’amministrazione provinciale sia autarchica che governativa (questa ultima retta da un Prefetto nominato dal Supremo Commissario) fu posta sotto il controllo diretto di un organo germanico, il “Berater” (consulente), istituito con ordinanza del 22 ottobre 1943.

Del visto di esecutorietà del Berater abbisognavano tutti i provvedimenti del Prefetto, come pure quelli del Rettorato provinciale, per i quali era richiesto il visto o l’approvazione dell’autorità governativa.

Ai fini di un’accurata sorveglianza di tutti gli organismi amministrativi svolgenti attività nella Provincia, il Berater aveva istituito sezioni speciali per ogni branca dell’amministrazione pubblica.

Il “Berater” era direttamente sottoposto al Supremo Commissario.

Durante il periodo dell’occupazione jugoslava (2 maggio – 12 giugno 1945), venne costituito il cosiddetto “Litorale Sloveno”, che comprendeva la città autonoma di Trieste, il Circondario di Trieste e quello di Gorizia.

Il Circondario di Gorizia, a sua volta, era suddiviso in 16 distretti, comprendendo tutto il territorio dell’ex provincia e quello, in provincia di Udine, con una minoranza slava (Tarcento, Tarvisio, Cividale); gli organi popolari preposti comprendevano il Consiglio di Liberazione, indi il Comitato Amministrativo Circondariale, con funzioni generali legislative ed esecutive (limitatamente al Circondario) e la Consulta civica, avente funzioni legislative delegate per determinati settori. Vi erano inoltre i Comitati distrettuali (per i Comuni). A sua volta il Consiglio di Liberazione Circondariale dipendeva dal Comitato regionale di Liberazione Nazionale, che faceva poi capo al Governo nazionale della Slovenia (costituito il 9 maggio 1945).

Il 12 giugno 1945 l’amministrazione della Venezia Giulia entro la “linea Morgan”, compresi 24 Comuni della provincia di Gorizia, veniva assunta da un Governo Militare Alleato con sede a Trieste, istituito in base al Proclama n.1 del Comandante delle forze alleate nel Mediterraneo.

La Venezia Giulia, denominata «Territorio occupato», veniva a costituire un ente territoriale separato dal rimanente del Regno, pur esso occupato dagli eserciti alleati. Mentre veniva riconfermata l’efficacia delle leggi ed ordinamenti già in vigore anteriormente all’8 settembre 1943, gli organi centrali dello Stato venivano, rispetto al troncone della Venezia Giulia amministrato dagli Alleati, privati di ogni potestà legislativa, giudiziaria e amministrativa, tutte accentrate nel Governo Militare.

Il rappresentante dell’Ufficiale superiore per gli affari civili (Governatore militare) per il troncone della provincia di Gorizia, che recava il titolo di “Commissario di zona”, con Ordine di zona n. 1 del 26 giugno 1945, demandava tutte le attribuzioni di spettanza del Prefetto, al Presidente del “Comitato amministrativo circondariale di Gorizia”, già costituito dagli jugoslavi, e che, in virtù del detto Ordine, otteneva riconoscimento legale.

Parimenti veniva inserito nell’ordinamento giuridico il “Comitato distrettuale del distretto di Gorizia” (cioè della circoscrizione comunale), al cui Presidente l’Ordine di zona n. 3, del luglio 1945 assegnava le funzioni di sindaco.

Nessuna disposizione fu presa in ordine all’amministrazione autarchica, praticamente abbandonata all’arbitrio del “Comitato amministrativo circondariale”.

Le caotiche condizioni dei servizi amministrativi affidati ai predetti Comitati determinavano l’emanazione dell’Ordine Generale n. 11 dell’11 agosto 1945, col quale veniva riorganizzata l’amministrazione locale che, per il troncone della provincia di Gorizia, veniva affidata ad un “Presidente di zona” nominato dal Governo Militare Alleato e direttamente responsabile verso lo stesso.

Il Presidente di zona aveva la direzione “del potere esecutivo ed amministrativo dell’amministrazione della zona” poiché egli, “in complesso”, avrebbe esercitato i poteri spettanti a un Prefetto, “ed agli enti provinciali e prefettizi, sia legislativi (?!) che amministrativi ed esecutivi”.

Veniva pure istituito un Consiglio di zona, composto da elementi nominati dal Governo Militare Alleato, che, per quanto possibile, vi sarebbero stati rappresentati “tutti i gruppi e classi razziali, politiche ed economiche della zona, in proporzione alla consistenza di tali gruppi e classi”.

Il Consiglio di zona doveva fungere quale corpo consultivo del Presidente di zona in tutte le materie concernenti l’amministrazione locale che ad esso sarebbero state sotto poste dal Presidente stesso.

A differenza di quanto è stabilito in ordine al Consiglio di prefettura (soppresso dal G.M.A.), non vi era necessità del parere del Consiglio di zona per l’esecutorieta di provvedimento alcuno.

Con l’attribuzione al Presidente di zona di tutti i poteri spettanti agli enti provinciali veniva abolita ogni distinzione tra amministrazione governativa e autarchica. A capo dei servizi già di competenza degli organi autarchici veniva posto un delegato del Presidente di zona.

Scompare pure la Giunta provinciale amministrativa, essendo state concentrate nelle mani del Presidente di zona pure tutte le attribuzioni di giustizia amministrativa. Ai Comuni venivano preposti dei Presidenti Comunali, affiancati da Consigli Comunali, tutti di nomina del G.M.A. Il Consiglio Comunale aveva funzioni meramente consultive, in perfetta analogia con quelle esercitate dal Consiglio di zona.

La tendenza a dare alla popolazione l’impressione di un “Selfgovernement” mediante la creazione di organi composti da elementi locali, aventi, sia pure nella semplice veste di consulenti, un’ingerenza nella amministrazione locale, troppo palesemente sottoposta alla costante direzione di funzionari militari, si manifestò pure nella creazione dei “Comitati Distrettuali”.

Questi organismi, composti da un presidente e da 8 membri nominati dal G.M.A. su proposta del Presidente di zona, erano chiamati a dare pareri all’Ufficiale alleato addetto ad ogni Comune per la diretta sorveglianza della relativa amministrazione. I distretti assegnati ai Comitati, erano formati da uno o più Comuni (complessivamente furono costituiti nella “zona” di Gorizia 11 comitati). Era espressamente esclusa ogni facoltà di controllo da parte dei Comitati distrettuali sulle amministrazioni comunali funzionanti nelle rispettive circoscrizioni.

Dopo quattro anni di isolamento, la provincia di Gorizia, mutilata di due terzi della popolazione e di oltre quattro quinti del territorio, finalmente veniva restituita alla Patria, per effetto del D. L. 28 novembre 1947, n. 1430, che all’art.1 dava piena ed intera esecuzione all’annesso trattato di pace tra l’Italia e le potenze alleate ed associate entrato in vigore il 16 settembre 1947.

Furono ricostituiti l’autorità prefettizia e l’ente autarchico provincia, affidato ad un Commissario straordinario. In attesa di una definitiva sistemazione in via legislativa, fu stabilito che l’amministrazione della provincia, ridotta al mandamento di Gradisca, e a frammenti di quelli di Gorizia e Cormons (complessivi 9 Comuni), si estendesse pure al mandamento di Monfalcone (9 Comuni), che nel 1923 era stato incluso nella provincia di Trieste.

Nonché la circoscrizione territoriale, appariva provvisorio pure l’ordinamento provinciale poiché la nuova Costituzione della Repubblica, mentre istituiva l’autonomia regionale, riservava a successive leggi la determinazione delle funzioni degli enti autonomi Provincie e Comuni.

Al dettato della Costituzione della Repubblica che prevedeva la Regione Friuli – Venezia Giulia venne data concreta esecuzione con legge costituzionale 31 gennaio 1963, n.1 contenente lo statuto speciale della regione Friuli-Venezia Giulia. Le potestà legislative ed amministrative sono ivi regolate ai capi primo e secondo.

Tullio Blessi

La provincia di Gorizia nella prima metà del sec.XX, Estratto dal volume XXXVI (luglio-dicembre 1964) di “Studi Goriziani”, rivista della Biblioteca Governativa di Gorizia.

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L’occupazione militare alleata del Friuli e della Venzia Giulia: 1945 – 1947

Descrivere in poche pagine le varie attività svolte sul territorio del Friuli – Venezia Giulia da una divisione di fanteria dell’esercito degli Stati Uniti nel periodo post-bellico, non è cosa semplice.

La vita quotidiana di circa 15.000 uomini, sistemati su una linea di frontiera provvisoria da Trieste alle Alpi Giulie, con tutti i mezzi in dotazione all’unità, le armi, gli alloggiamenti, i magazzini materiali e la sussistenza, i turni di guardia negli oltre 65 posti fissi di controllo posizionati lungo la “Linea Morgan”, i reparti che si avvicendano, l’arrivo delle reclute inesperte e la partenza dei soldati anziani che ritornano a casa, i tanti servizi giornalieri e l’organizzazione del tempo libero della truppa e degli ufficiali, tutto ciò avrebbe bisogno di essere narrato in un intero volume, e forse uno solo non sarebbe neppure sufficiente. Quello che più ci interessa di conoscere è quali fossero le attività di tutti questi militari inglesi ed americani che stazionavano in casa nostra, e perché a guerra ormai finita essi circolavano così numerosi ovunque ed il motivo dell’esistenza di un Governo Militare Alleato al quale tutta la regione era sottoposta.

Dobbiamo ritornare ai tempi della fine della guerra, per comprendere la situazione di allora. Gli eserciti alleati in Italia con l’offensiva finale dell’aprile del 1945, sfondato il fronte sugli Appennini, erano avanzati nella pianura Padana ed avevano occupato tutto il territorio del nord Italia, raggiungendo i confini con la Francia, la Svizzera e l’Austria. Al loro arrivo nel nord–est dell’Italia, trovarono ad attenderli le truppe del Maresciallo Tito che a loro volta erano avanzate vittoriose dai limitrofi territori Jugoslavi fin oltre l’Isonzo. In precedenza, accordi su come dovevano essere divisi i vari territori del nord liberati dagli occupatori nazisti e dai fascisti loro collaboratori, erano già stati presi fra le forze alleate e lo stesso Tito, ma all’ultimo momento l’esercito jugoslavo si era spinto molto oltre alle zone assegnate e si trovava a controllare territori che inizialmente erano stati previsti fare parte della zona da sottoporre al controllo degli Alleati. Da qui nacque un contenzioso fra gli anglo–americani e la Jugoslavia, la quale aveva adottato la linea politica del fatto compiuto. Per oltre 40 giorni i rapporti fra Alleati e Jugoslavi furono oltremodo tesi, la qual cosa tenne con il fiato sospeso tutti gli abitanti della regione a causa dell’alto rischio di passare alle vie di fatto fra ex-alleati. Prevalse il buonsenso ed il compromesso e dopo un periodo di aspra contesa diplomatica, un territorio formante un corridoio di transito che partendo dal porto di Trieste portava alle zone occupate dell’Austria meridionale veniva sgomberato dalle truppe di Tito e consegnato agli anglo–americani, come in origine previsto dagli accordi stipulati antecedentemente la fine delle ostilità.

Le città di Trieste, di Gorizia e Pola ed i territori limitrofi vennero definitivamente occupati dalle truppe anglo-americane. Tutto il resto della vecchia regione della Venezia Giulia e dell’Istria restò sotto il controllo Jugoslavo. Venne stabilita una linea di demarcazione che separava la zona occupata dai militari alleati da quella occupata dai militari jugoslavi, definite zona “A” e zona “B”. Questo tracciato si chiamò la “Linea Morgan” e prese il nome del generale inglese che la suggerì e quindi la definì in dettaglio sulle mappe militari. In attesa delle risoluzioni della Conferenza di Pace in corso di organizzazione a Parigi, ove tutti i contenziosi fra gli stati ex belligeranti sarebbero stati esaminati e decisi, il confine provvisorio fra l’Italia e la Jugoslavia, divenne questa linea di demarcazione fra i due eserciti occupanti e dagli stessi presidiata e garantita. Da una parte gli eserciti inglese ed americano, e dall’altra l’esercito della nuova Jugoslavia di Tito.

Si trattava di una soluzione provvisoria, la quale non teneva in alcun conto le realtà nazionali delle locali popolazioni che erano costrette a vivere nell’una o nell’altra zona, né si curava concretamente dei loro interessi economici. La “Linea Morgan” iniziava alla periferia di Muggia e terminava al Passo del Predil. La zona attraversata era quella dei villaggi del Carso Triestino e Goriziano, quindi correva lungo tutta la vallata dell’Isonzo fino ai piedi delle Alpi Giulie. Naturalmente, interi paesi popolati da genti slave si trovavano sotto il controllo delle truppe anglo– americane, mentre i villaggi della costa istriana con prevalenza di abitanti italiani venivano a trovarsi sotto il controllo militare jugoslavo. La città di Pola, pur essendo esterna alla “Linea Morgan”, venne inclusa nel territorio della zona A in quanto considerata scalo marittimo necessario per i rifornimenti degli anglo–americani.

Ogni futuro assetto territoriale era rinviato alle decisioni che sarebbero state prese dalla Conferenza di Pace di Parigi, la quale avrebbe definito l’appartenenza delle genti e dei territori all’uno o all’altro governo nazionale e creato un nuovo confine che sarebbe poi divenuto quello ufficiale e definitivo fra i due stati che si contendevano il territorio in questione.

Le popolazioni residenti, in attesa di conoscere il loro destino, iniziarono intanto a rimboccarsi le maniche ed a cercare di fare fronte alle necessità quotidiane nel tentativo di ricostruirsi una vita decorosa dopo la bufera e le distruzioni della guerra. Venne stabilita una zona di competenza fra i due eserciti alleati: il tratto del territorio da Muggia fino al collegamento stradale tra Palmanova e Gradisca veniva assegnato all’esercito britannico, mentre all’esercito americano venne affidata la zona opposta la strada Palmanova–Gradisca e su fino al Passo del Predil. Per motivi di rappresentanza, alcuni reparti inglesi furono alloggiati a Gorizia, altrettanto fecero gli Americani sistemando alcuni dei loro reparti a Trieste e Pola. A parte le formali presenze miste, ogni esercito occupò e controllò autonomamente e senza interferenze il territorio ricevuto. Venne costituito un Governo Militare Alleato (G.M.A.) della Venezia Giulia, del quale oltre ai militari fecero parte anche molti personaggi civili con esperienze amministrative già maturate in passato durante le varie amministrazioni civili e militari succedutesi nella regione, possibilmente il meno compromessi in prima persona con l’ex–partito fascista precedentemente al potere, ed i rappresentanti di tutti i partiti democratici risorti nuovamente dopo il crollo del fascismo e la cessazione delle ostilità.

Venne costituita una Polizia Civile della Venezia Giulia, a garanzia dell’ordine e della sicurezza della linea di demarcazione, delle popolazioni residenti e dell’osservanza delle leggi del G.M.A., la quale fu completamente addestrata e diretta dai britannici. La sede del G.M.A. e del Comando delle forze della Polizia Civile della Venezia Giulia (P.C.V.G.) fu sempre la città di Trieste.

Per quanto pochi territori della provincia di Udine fossero oggetto di disputa internazionale, come ad esempio il Tarvisiano, le alte valli del Natisone e parte del Collio cividalese, e seppure l’elemento slavo ivi residente era una minoranza che si riteneva assimilata alle popolazioni Friulane, tutta la fascia del territorio della provincia di Udine alle spalle della “Linea Morgan” venne dichiarata zona strategica ed occupata militarmente dagli Alleati in quanto ritenuta di primaria necessità alle attività logistiche di entrambi gli eserciti occupanti. Anche se l’amministrazione era quella Italiana, la città di Udine, i paesi di Manzano, Buttrio, Tricesimo, Cividale, Tarcento, Tarvisio, Cave del Predil, Coccau e Fusine – solo per citarne i più importanti – facevano parte di quel territorio alle spalle della “Linea Morgan” che vedeva una massiccia presenza militare americana, pur non facendo parte dei territori amministrati direttamente dal G.M.A. della Venezia Giulia. Lo stesso avveniva per le cittadine friulane alle spalle della zona di controllo britannica: Aiello, Visco, Cervignano, Palmanova, Villa Vicentina, Latisana e Codroipo ed altri centri del Friuli meridionale. Fra il territorio della provincia di Udine (Italia) e quello delle province di Gorizia e di Trieste e la città di Pola (G.M.A.) erano in funzione dei posti di blocco per il controllo delle merci e delle persone in transito, per la maggior parte presidiati dalla Polizia Civile, e nelle strade di collegamento più importanti anche dalla Polizia Militare Alleata. Per uscire dal territorio della Venezia Giulia, era necessario ai residenti un permesso firmato rilasciato da un apposito ufficio del G.M.A. (Ufficio Affari Civili) che si trovava presso ogni Municipio del territorio occupato. Carte di identità quadrilingui, in inglese, italiano, sloveno e croato (per la zona di Pola ), vennero consegnate ad ogni cittadino residente nel territorio amministrato dal G.M.A. Per i cittadini Italiani che dall’Italia chiedevano di entrare nella Venezia Giulia, oltre ai documenti di identità rilasciati dai rispettivi Municipi di residenza, dovevano esibire al controllo un permesso rilasciato da un apposito ufficio alleato distaccato allo scopo in territorio Italiano. Alla metà di giugno del 1945, data dell’inizio dell’amministrazione Alleata, tutte le unità militari presenti in zona erano le stesse truppe che giunte combattendo sul territorio a fine aprile all’inseguimento dei resti dell’esercito tedesco in ritirata, vi si erano poi fermate in attesa della definizione delle aree di occupazione, ma poiché la guerra era ormai conclusa, anche in attesa di un prossima smobilitazione e di un rientro in patria. Possiamo dire che quasi tutti i reparti e le unità presenti nella 5ª Armata U.S.A. e nella 8ª Armata britannica in un modo o nell’altro sono transitati per il Friuli-Venezia Giulia, anche se a motivo di una breve visita di ispezione o durante un viaggio di trasferimento verso il confine austriaco. La prima divisione di fanteria U.S. a fare la sua comparsa agli inizi del maggio del 1945, fu la 91ª, detta dalla popolazione “quelli del pino verde” dal distintivo di stoffa che appariva cucito sulle maniche e sui copricapi delle loro uniformi, subito seguita dalla 10ª divisione di fanteria da montagna chiamati anche “gli alpini americani”. Entrambe le unità si fermarono in regione fino al luglio del 1945, data in cui ebbe inizio la loro smobilitazione. Il loro posto venne preso dalla 34ª divisione di fanteria “quelli del toro rosso” giunti in regione già con effettivi ridotti a causa del congedo delle classi più anziane. Questa unità dovette essere rinforzata con molti militari provenienti da altre divisioni di fanteria U.S.A. presenti nelle altre zone del nord Italia, i quali a causa della giovane età e per il breve periodo di servizio oltremare svolto, erano ancora sprovvisti del punteggio necessario a guadagnarsi il diritto di essere congedati e rinviati in America. Durante il mese di settembre del 1945, anche per la gran parte dei militari della 34ª divisione di fanteria giunse il momento del congedo e del rientro in patria. Il Comando della 5ª Armata decise allora di affidare il controllo della zona U.S.A. della Venezia Giulia alla 88ª divisione di fanteria “Blue Devils” (quelli del quadrifoglio blu) in quei giorni dislocati a Bolzano e Merano, ove vigilavano il confine del Brennero, ma con un forte numero di effettivi in servizio nella zona Brescia – Lago di Garda incaricati del controllo dei numerosi campi di prigionieri di guerra tedeschi colà concentrati.

Questa unità era stata a suo tempo, dopo i consistenti congedi dell’estate 1945, reintegrata con nuovi arrivi di truppe ed a ragione dei gravosi compiti ricevuti, era stata sempre tenuta con particolare riguardo ben fornita di effettivi e mezzi ed aveva mantenuto un discreto grado di efficenza. Questa era forse l’unica unità veramente in grado di assumere il compito del controllo della Venezia Giulia in quanto completa negli organici e ad un buon livello di preparazione ed operatività. Ricevuto l’ordine di trasferimento dall’Alto Adige al Friuli a fine settembre 1945, la divisione nell’arco di due settimane fu in grado di dislocarsi lungo i quasi 90 km. della zona nord della “Linea Morgan” assegnati alla zona di occupazione americana. La sede del Comando di divisione era Gorizia, così pure il Comando dell’artiglieria divisionale. I Comandi dei tre reggimenti di fanteria erano così distribuiti: il 349° con sede a Gorizia con l’incarico di vigilare una porzione di territorio fra Gradisca e Canale d’Isonzo, con unità dislocate lungo il fiume Isonzo, in Gorizia e lungo la valle del Vipacco fino ad Aidussina e Montespino, con piccoli reparti presenti a Lucinico, Manzano e Buttrio ed in vari villaggi del Collio cormonese. Il 350° Reggimento di fanteria con sede a Tarcento, vigilava un territorio che andava grosso modo da Canale d’Isonzo fino ad oltre Caporetto, con reparti a Cividale, San Pietro al Natisone, a Pulfero e giù lungo la valle dell’Isonzo fino ai villaggi di Doblari, Volzana, Santa Lucia d’Isonzo e Saga, mentre una sua Compagnia era di stanza a Pola. Il 351° Reggimento di fanteria con sede a Tarvisio, la città ed una zona di controllo dai valichi di Coccau, Fusine e Predil, quindi giù fino a Plezzo, con reparti in Tarvisio, Ugovizza, Valbruna, Cave del Predil e Plezzo. Un suo battaglione si trovava di guarnigione a Trieste.

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Tutti e quattro i battaglioni di Artiglieria campale divisionale si trovavano a Gorizia e dintorni, sparsi nelle varie vecchie caserme della città così pure le sedi del reparto di Polizia Militare, delle Trasmissioni e dei Trasporti divisionali e dei Servizi Speciali. I Comandi del Commissariato e della Sussistenza avevano invece sede a Udine, ove le numerose caserme dell’ex- Regio Esercito Italiano ed i capienti magazzini garantivano gli spazi e la sicurezza necessarie. A Udine avevano anche sede il 15° Ospedale Militare da campo e la Croce Rossa Americana. A Cividale avevano sede invece il battaglione del Genio, quello della Sanità, i Servizi di Manutenzione ed il Carcere Militare divisionale. Il reparto dell’Osservazione aerea d’Artiglieria era sistemato nell’ex aeroporto militare di Gorizia, il quale disponeva di una mezza dozzina di piccoli aerei biposto L-5 Stinson, con l’incarico di pattugliare ed osservare dall’alto il territorio occupato, incarico che venne svolto quasi quotidianamente, meteo permettendo. A Capriva del Friuli avevano sede i plotoni degli Esploratori e della Cavalleria leggera, a Cormòns il 752° Battaglione Carri con il plotone controcarri. Un treno militare collegava giornalmente Udine, Gorizia e Trieste al porto di Napoli, ove affluivano tutti i rifornimenti via mare dagli Stati Uniti per le unità di occupazione. La Divisione disponeva di un impianto autonomo per la produzione della Coca Cola a Cividale, per la preparazione di gelato a Gorizia, mentre la birra veniva loro fornita dalla casa produttrice Pedavena con sede nella omonima città veneta. Ogni località ove risiedevano dei reparti, era servita da uno o più spacci militari forniti di qualsiasi genere di prima necessità offerto a pagamento, mentre anche la Croce Rossa Americana era presente con propri punti fissi e mobili di ristoro, in grado di offrire ai militari presenti generi di ristoro (del tè e caffè e spuntini vari) a prezzi modici e ad orari prestabiliti durante l’arco della giornata. La Divisione disponeva di una propria Banda, di una emittente radiofonica che trasmetteva ogni giorno notiziari e programmi musicali e culturali per le truppe, la quale aveva sede in Gorizia. A Venezia invece, presso la sede del locale quotidiano “Il Gazzettino” veniva stampato il giornale della Divisione “The Blue Devil”, un settimanale che veniva distribuito gratuitamente al personale militare. Al Lido di Venezia, venne istituita una Scuola Militare divisionale per il personale ritenuto idoneo al passaggio alla categoria sottufficiali, molto attiva e frequentata da militari segnalati dai propri comandi essere meritevoli di avanzamento di grado.

Dei centri ricreativi, sia estivi che invernali per le truppe, vennero istituiti a Cortina d’Ampezzo ed a Grado, per i militari ritenuti più meritevoli e per gli allenamenti delle numerose squadre sportive. Nel corso dell’anno 1946 iniziarono a giungere in Italia le famiglie degli ufficiali e dei sottufficiali americani in servizio permanente effettivo nell’esercito, le quali vennero inizialmente e temporaneamente alloggiate in alcuni dei numerosi alberghi disponibili al Lido di Venezia, subito requisiti allo scopo, fino al momento in cui non veniva loro trovata una adeguata sistemazione privata nelle località di residenza dei reparti presso i quali erano in servizio i rispettivi capifamiglia.

Una particolare menzione va fatta all’organizzazione sportiva dell’esercito americano. Presso il Comando di divisione esisteva uno speciale ufficio ove l’incarico del personale addetto era di organizzare e selezionare personale per le squadre sportive che dovevano partecipare a campionati interni fra i vari reparti della stessa unità, dai quali a loro volta ricavare delle compagini rappresentative a livello di divisione ai fini di potere partecipare a gare con altre formazioni di unità presenti in tutta Europa in una specie di torneo per l’aggiudicazione di una Coppa dell’esercito U.S.A. di occupazione d’oltremare. Le gare si svolgevano di solito in Germania e vi partecipavano le rappresentanze sportive di tutte le unità U.S.A. sparse per l’Europa, spesso con la partecipazione anche di squadre inglesi, francesi e sovietiche. Gli sport ammessi per la competizione interforze erano cinque: basket, baseball, softball, rugby e sci. Per i campionati interni della divisione, erano ammesse tutte le specialità dell’atletica leggera ma anche il football, che pur non essendo uno sport nazionale U.S.A. era necessario praticare per competere contro le agguerrite compagini dell’esercito britannico presenti in zona ed in tutta l’Europa, oltre naturalmente le discipline base già menzionate. Per gli allenamenti con gli sci, era utilizzata la sede di Cortina d’Ampezzo, ma molto spesso anche note località della vicina Svizzera, soprattutto per gli allenamenti conclusivi prima dell’inizio delle gare ufficiali.

Naturalmente, trattandosi di una divisione in permanente stato d’allerta l’addestramento militare e la disciplina erano all’ordine del giorno. Quotidianamente tutti i reparti venivano addestrati all’uso delle varie armi, aggiornati sulla situazione locale ed internazionale, edotti sui loro compiti e doveri e sui vari comportamenti da adottare nelle circostanze più diverse che potevano presentarsi durante lo svolgimento delle diverse mansioni loro assegnate. Campi estivi ed invernali d’esercitazione erano organizzati a turno per le varie unità, inizialmente in zone riservate in Austria, ma successivamente anche a Valbruna ed a Cave del Predil. Esercitazioni a fuoco con le armi ed i mezzi, erano settimanalmente svolte da tutte le unità in appositi poligoni situati nello stesso territorio di residenza. Con il passare del tempo, l’avvicendamento fra anziani e reclute venne organizzato con cadenza mensile, e per i nuovi arrivati vennero istituiti alcuni centri di raccolta e di smistamento presso i quali prima di essere assegnati ai vari reparti operativi, avveniva una specie di preparazione e formazione accelerata del personale. Poiché le reclute arrivavano da Napoli (in seguito dal porto di Livorno) con il treno, alla stazione di Udine venivano fatti scendere ed avviati a dei centri di raccolta predisposti nella pianura friulana, e dopo l’inquadramento accennato che durava comunque qualche giorno, con dei camion venivano trasportati alle diverse unità di destinazione.

Questa era l’organizzazione militare esistente sul territorio, ma quali erano i compiti dei soldati incaricati della sorveglianza della “Linea Morgan”? Essendo questa una linea di demarcazione militare, uno degli scopi primari era il pieno controllo dei traffici e dei passaggi delle persone e delle cose dalla zona “A” alla zona “B” e viceversa, oltre al totale e permanente pattugliamento di tutta la linea allo scopo di evitare sconfinamenti, infiltrazioni, il contrabbando ed il possibile passaggio di armi e persone a cavallo del confine. Un utilizzo aggiuntivo delle truppe era quello di deterrente anti sommosse e scontri fra fazioni di civili di diverso orientamento politico. Per quanto questo compito ricadesse sotto la responsabilità della Polizia Civile e Militare, sovente per il controllo di grandi masse radunate veniva steso un cordone di militari per limitare ed arginarne i movimenti della folla o separare gruppi di diversa tendenza politica in atteggiamenti ostili. Come già accennato, a Parigi erano iniziati i lavori della Conferenza della Pace. Dovevano essere prese le decisioni sul futuro assetto della Venezia Giulia, sulla quale pendevano le rivendicazioni della Jugoslavia. Allo scopo di trovare una soluzione ottimale che potesse avvicinarsi alle reali aspirazioni delle genti residenti nel territorio, venne istituita dal Consiglio delle Grandi Potenze, U.S.A., Gran Bretagna, Francia ed Unione Sovietica, una Commissione Interalleata d’Inchiesta che visitò tutti i territori ed i paesi della Venezia Giulia oggetto di contesa, nel tentativo di valutare le reali volontà delle popolazioni residenti. Nella zona “A” controllata dagli Alleati, i cittadini appartenenti al gruppo etnico sloveno erano per la massima parte favorevoli all’annessione della Venezia Giulia alla nuova Jugoslavia di Tito, appoggiati anche da alcune organizzazioni create da appartenenti al gruppo etnico italiano che per motivi politici ed ideali ritenevano che la Jugoslavia potesse meglio soddisfare le loro aspettative economiche e sociali. Il resto dei cittadini di sentimenti italiani, si ispirava per la gran parte agli orientamenti politici dei rinati partiti democratici italiani, i quali erano favorevoli ad un ritorno del territorio all’Italia, nell’imminenza del referendum popolare fra la monarchia e la repubblica, e le nuove elezioni politiche nazionali che ne sarebbero seguite, le quali senza dubbio avrebbero dato al paese un nuovo assetto politico ed amministrativo di orientamento democratico.

Entrambi gli schieramenti cercarono in tutti i modi di influenzare la Commissione Interalleata durante la sua permanenza nella Venezia Giulia, predisponendo varie dimostrazioni e sfilate a favore dell’una o per l’altra soluzione della questione Giuliana. I diversi gruppi politici coinvolti ebbero spesso l’occasione di venire alle mani, ci furono diversi attentati che provocarono delle vittime e colluttazioni, vandalismi, insulti e percosse all’ordine del giorno, nonostante gli sforzi degli Alleati per evitare gli scontri diretti ed il loro tentativo di portare i diverbi sul piano del confronto civile e democratico. Spesso ci furono morti e feriti fra i dimostranti delle varie fazioni e purtroppo diversi feriti anche fra i militari in servizio d’ordine e vigilanza che si trovarono coinvolti nei tumulti. Innumerevoli le persone arrestate e condannate dai Tribunali Militari per turbativa pubblica e gravi atti di ostilità, persone appartenenti ad entrambi gli schieramenti politici, e per atti di disobbedienza alle disposizioni emanate dal Governo Militare Alleato.

Per quanto il G.M.A. avesse proibito qualsiasi manifestazione non autorizzata, il clima di tensione fomentato dai vari gruppi interessati a creare disordini non cessò per tutto il periodo della presenza della Commissione Interalleata sul territorio, mantenendo l’allerta permanente dei reparti militari residenti. Anche quando la Commissione lasciò la Venezia Giulia, al termine dei suoi lavori e rientrò alla base a Parigi ove relazionò al Consiglio delle Grandi Potenze, il clima di contrapposizione e di lotta politica in evidente ostilità fra i fautori dell’una o dell’altra soluzione non si mitigò e continuò sino a che le decisioni della Conferenza di Pace non divennero pubbliche e definitive.

Non mancarono atti di ostilità nei confronti dei militari Alleati, anche da parte degli stessi militari jugoslavi preposti alla vigilanza della linea di demarcazione dalla parte opposta. Sovente dei colpi di arma da fuoco vennero esplosi da oltre confine verso dei militari isolati o verso piccole pattuglie in perlustrazione lungo il confine. Anche qualche automezzo militare venne preso di mira. Diversi militari alleati persero la vita in queste imboscate e naturalmente il clima che venne a crearsi, a parte tutte le inevitabili complicazioni diplomatiche connesse, fu quello di sfiducia e di diffidenza fra i militari che si fronteggiavano: quando poi due aerei Alleati vennero abbattuti dagli jugoslavi in quanto avendo smarrito la rotta erano sconfinati per errore nel loro territorio, ci si trovò sull’orlo di un conflitto. Ci furono scuse ufficiali, restituzione di salme di caduti e di personale militare trattenuto come prigioniero, ma i rapporti erano già oramai definitivamente compromessi.

Inimmaginabile l’indotto creato dalla presenza di tutte queste truppe sul nostro territorio. I militari Alleati venivano pagati in Buoni Militari emessi dall’esercito U.S.A., che potevano essere cambiati in lire. Tali buoni costituivano la valuta legale utilizzata in tutto il territorio occupato e naturalmente nel resto d’Italia. Il cambio poteva essere effettuato presso gli stessi uffici di pagamento militari, ma tutti si servivano dei cambi valuta praticati dai civili esterni, che garantivano un tasso di cambio molto più favorevole. Naturalmente questa attività era illegale. Bar, caffè, ristoranti, locali da ballo, alberghi ed affittacamere, pullulavano in ogni città o paese del territorio. Attività più o meno lecite circondavano tutte le caserme e gli uffici ove erano presenti dei militari, e non c’era soldato che non avesse un suo piccolo traffico per alimentare il dilagante mercato nero il quale poteva spaziare dai viveri al vestiario militare, alle sigarette ed a tutti quei generi di conforto largamente distribuiti alle truppe. Naturalmente, come al seguito di tutti gli eserciti, venne a crearsi anche un vasto giro di “segnorine” e di locali equivoci ove di tutto si faceva mercato, i quali godevano di un alto indice di gradimento fra le truppe. Ovviamente tutte queste donne erano attirate dal fiume di denaro del quale i militari disponevano e che questi spendevano a profusione. Nonostante la Polizia Militare provvedesse subito ad etichettare queste case o locali “Off Limits”, cioè proibiti al personale dell’esercito, la clientela era sempre assidua e numerosa. Notevole però anche il numero di matrimoni contratti fra ragazze delle varie località della zona “A” con soldati ed ufficiali sia inglesi che americani, a dimostrazione che non tutti cercavano solo le relazioni passeggere, ma che i sani valori della famiglia e della buona società erano sempre un obiettivo ambito da raggiungere, nonostante che le disposizioni ufficiali per i militari fossero molto restrittive sui rapporti personali con i civili e ne limitassero molto la libertà di scelta e di movimento. Va detto anche, che contrariamente a quanto si possa pensare per il 60% questi matrimoni furono felici e rivelarono basi solide e rapporti duraturi. Impensabili ai giorni nostri le difficoltà create dalle autorità militari nei confronti delle ragazze che desideravano contrarre matrimonio con un militare alleato. Il minimo era un tentativo di scoraggiarle, quindi di creare più ostacoli burocratici possibili, infine l’obbligo di superare degli esami predisposti, e senza un positivo riscontro, il permesso di matrimonio non veniva concesso al militare interessato. Molti militari dovettero attendere prima di congedarsi dall’esercito, rientrare nel paese di origine, quindi ritornare in Italia privatamente come civili per poi sposarsi con le loro fidanzate, con dei tempi di attesa lunghissimi che spesso sortirono l’effetto contrario, cioè costrinsero molti a rinunciare.

Il 10 febbraio 1947 a Parigi l’Italia firmò il Trattato di Pace, il quale stabiliva nei dettagli quali territori della ormai ex – zona “A” dovevano essere ceduti alla Jugoslavia, e quali invece erano rimasti all’Italia, stabilendo che la ratifica del Trattato entrava in vigore alla data del 15 settembre 1947.

Entro tale data i cittadini residenti nelle ex – zona “A” o zona “B” della Venezia Giulia avevano la possibilità di trasferirsi nel territorio ormai italiano o quello divenuto jugoslavo, a loro scelta e discrezione. Gli Alleati sarebbero stati garanti che le volontà dei cittadini venissero rispettate fino al momento del passaggio dei poteri delle zone assegnate rispettivamente alla Jugoslavia ed all’Italia, e che questa scelta avvenisse liberamente e pacificamente nel rispetto delle decisioni del Trattato di Pace stesso. Questo fatto diede inizio a dei grandi spostamenti di masse, in entrambe le direzioni ma il gruppo più consistente fu quello degli italiani provenienti dall’Istria, territorio che venne ceduto per intero alla Jugoslavia. I nuovi confini fra Italia e Jugoslavia risultarono essere in pratica quelli attuali, con l’eccezione della città di Trieste e del suo circondario. Per Trieste e per alcuni comuni limitrofi del Carso e della zona costiera triestina, non venne raggiunto alcun accordo. Venne deciso di creare una nuova zona cuscinetto fra l’Italia e la Jugoslavia con la creazione di un Territorio Libero di Trieste (T.L.T.) ancora sotto controllo Alleato. Poiché la nuova zona da amministrare si riduceva a circa il 20% del precedente territorio dell’ex-zona “A” della Venezia Giulia, venne deciso che anche il contingente del presidio militare anglo-americano non avrebbe dovuto superare la forza di 10.000 uomini, per metà inglesi e per metà americani. La Polizia Civile della Venezia Giulia fu mantenuta in servizio e concentrata a Trieste e divenne la Polizia Civile del T.L.T. L’esercito U.S.A., selezionata la forza ed il numero dei reparti che vennero inviati a Trieste e sparsi nei vari centri del T.L.T., provvide al rimpatrio delle rimanenti truppe in eccesso mentre una parte andò in Austria. Anche gli inglesi adottarono identiche soluzioni trasferendo parte delle loro truppe nelle varie basi militari britanniche dislocate nel bacino del Mediterraneo. Il resto del contingente britannico scelto per rimanere in città, rimase alloggiato nelle caserme e negli stabilimenti che già essi occupavano in precedenza, in quanto si trattava della loro zona di occupazione, mentre le caserme rimaste libere per lo sfoltimento della truppa trasferita, vennero consegnate ai sopraggiunti reparti americani .

Va ricordato che per tutto il periodo dell’esistenza del T.L.T. gli americani continuarono ad usare per i loro campi estivi ed invernali, una base nel territorio di Valbruna nel Tarvisiano, mentre gli inglesi fecero uso per le loro attività addestrative, sempre di basi situate in Austria.

Il territorio componente il T.L.T. sopravvisse sino alla data del 26 ottobre 1954, allorché con il Memorandum d’Intesa firmato a Londra il 5 ottobre dello stesso anno da tutti i governi interessati, Italia e Jugoslavia comprese, Trieste ed il resto della sua provincia vennero restituiti definitivamente all’Italia. Terminava così la presenza delle truppe Alleate nella Venezia Giulia dopo ben quasi dieci anni dalla fine del conflitto e veniva a concludersi uno dei periodi storici più difficili per le nostre popolazioni. I rapporti fra lo stato Italiano e la repubblica Jugoslava poterono finalmente ritornare alla normalità, le frontiere vennero aperte, e fra i due popoli confinanti poté iniziare il periodo della civile convivenza e della collaborazione che oggi tutti noi conosciamo. Non dobbiamo però dimenticarci che se è stato possibile realizzare tutto questo ed anche se i tempi necessari sono stati lunghi, lo dobbiamo proprio alla presenza sul nostro territorio di quei giovani militari, venuti da così lontano per farci conoscere la loro democrazia e per aiutarci a conquistare la nostra libertà.

Selvino Ceschia

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La Linea Morgan

L’occupazione jugoslava di Trieste si protrasse fino al 12 giugno e durò in tutto 40 giorni. Durante tale periodo gli Jugoslavi tentarono di procedere ad un’annessione di fatto, suscitando vivaci reazioni fra la popolazione italiana e un grave stato di tensione nazionale. Mentre in un primo tempo essi previdero una semplice annessione alla Slovenia, in un secondo tempo si resero conto dell’irrealizzabilità di questa soluzione e ripiegarono sul progetto di concedere a Trieste lo “status” di VII repubblica federativa. La loro amministrazione fu contrassegnata da gravi episodi di intolleranza e di arbitrio, che indussero gli Alleati occidentali a intervenire decisamente, anche perché nel frattempo l’asse politico jugoslavo stava rapidamente spostandosi verso l’Unione Sovietica ed essi temevano l’affacciarsi dell’influenza russa nell’Adriatico.

Il 15 maggio i governi inglese e americano inviarono a quello jugoslavo una nota in cui, facendo riferimento agli accordi di Belgrado, condannavano la politica annessionistica condotta dalla Jugoslavia nella Venezia Giulia. Come prima risultato ottennero che il giorno successivo le truppe jugoslave evacuassero i territori occupati ad ovest dell’Isonzo. Il 21 maggio anche le forze americane passarono l’Isonzo a rinforzo del contingente britannico di Trieste.

La Jugoslavia fu costretta così ad addivenire a trattative con gli Anglosassoni per la definizione di una nuova linea di separazione fra le rispettive zone di occupazione militare. Ma durante tali trattative essa non fu sostenuta dall’Unione Sovietica, per la quale Trieste era solo uno dei tanti elementi di negoziato nel quadro più ampio dei rapporti fra le grandi potenze.

Il 9 giugno fu sottoscritto a Belgrado dai generali Morgan e Jovanović un nuovo accordo, che prevedeva la divisione della Venezia Giulia in due zone di occupazione militare, denominate A e B ed affidate rispettivamente agli Anglo-americani e agli Jugoslavi. La linea divisoria, chiamata poi linea Morgan, fu tracciata in modo da lasciare al Governo Militare Alleato il controllo di Trieste e delle strade e ferrovie che da questo porto conducono all’Austria attraverso Gorizia, Caporetto, Plezzo e Tarvisio, nonché dell’ “enclave” di Pola. Gli Jugoslavi avrebbero dovuto ritirarsi ad est di tale linea, restituire i deportati e le proprietà confiscate limitandosi ad insediare presso il G.M.A. una missione di osservatori e ad accantonare nella zona di occupazione angloamericana un contingente militare di 2000 uomini. L’accordo ebbe esecuzione il 12 giugno.

La linea Morgan fu sostanzialmente una linea di demarcazione militare, in tutto simile alle linee armistiziali. Essa non intendeva prefigurare in nessun modo il nuovo confine italo-jugoslavo, ma solo garantire le vie di comunicazioni alleate fra Trieste e le loro zone di occupazione in Austria e in Baviera e tutelare gli interessi italiani nella Venezia Giulia, con particolare riguardo alle città di Gorizia, Monfalcone, Trieste e Pola, precedentemente amministrate dalla Jugoslavia.

Essa si staccava dal vecchio confine di Rapallo al Monte Mangart e scorreva poi parallela alla strada statale n. 54 dal Passo del Predil al Monte Santo di Gorizia, prima sulla riva sinistra della Coritenza e poi dell’Isonzo. Seguiva quindi a debita distanza la “ferrovia transalpina” attraverso la valle del Vipacco e il Carso di Comeno, passando a metà strada fra Sesana e Senosecchia. Piegava poi a sud-ovest sui Monti Ripido, Castellaro e Goli, tagliava le valli della Rosandra e dell’Ospo e i Monti di Muggia, giungendo al mare in corrispondenza della Punta Grossa.

Questa linea fu operante fino al 15 settembre 1947, quando entrò in vigore il Trattato di pace. Dopo tale data di essa persistette solo il breve settore ricadente nel Territorio Libero di Trieste, quale limite fra le zone di occupazione anglo-americana e jugoslava (Zona A e Zona B). In seguito al Memorandum d’Intesa del 1954, anche questo tratto subi alcune modificazioni.

Giorgio Valussi

Estratto da: Il confine nordorientale d’Italia, Edizioni LINT. Trieste, 1972

Momenti di tensione

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Tra americani e jugoslavi non vi fu mai vero feeling. Anche come riflesso dei mutati rapporti internazionali tra le Potenze occidentali e Stalin e della guerra civile in Grecia, gli iniziali rapporti di correttezza imposti dall’alleanza militare volsero, durante l’occupazione della Venezia Giulia, in una diffidenza reciproca e in un clima di sospetto non scevro da sgarbi e incidenti, anche gravi. Alcune pattuglie americane, nel corso del loro servizio lungo la Linea Morgan, furono fatte oggetto di sparatorie che causarono loro diversi morti. L’episodio più grave, tuttavia, fu quello relativo all’abbattimento, nello spazio aereo jugoslavo, di due aerei da trasporto C.47 “Dakota” che stavano volando da Udine a Vienna. Seguirono momenti di forte tensione internazionale, anche con movimenti di truppe. Il 20 agosto 1946 il 350° reggimento di fanteria dell’88ª Divisione U.S.A. fu ritirato dalla zona di Tarcento e fatto accampare all’aeroporto di Gorizia, mentre la nuovissima portaerei “F.D. Roosevelt” ricevette l’ordine di far rotta sull’Adriatico e di incrociare nel golfo di Trieste: la più classica delle esibizioni di muscoli dello Zio Sam, insomma.

La Polizia Civile

Il 12 giugno 1945 le truppe jugoslave evacuarono dalla neo-costituita “Zona A”, il territorio giuliano assegnato all’amministrazione militare anglo-americana in forza degli accordi di Belgrado tra il Maresciallo Alexander e Tito. Uno tra i primissimi provvedimenti emanati dal Governo Militare Alleato di Trieste con effetto su tutta la Zona “A”, fu quello di dichiarare disciolti tutti i Corpi di polizia già appartenenti allo Stato italiano e le altre formazioni ausiliarie con funzioni di polizia civica sorte in precedenza, come la “Difesa Popolare” istituita dagli jugoslavi. Da allora le sole Forze di Polizia aventi autorità in quel territorio furono quelle poste agli ordini del G.M.A.

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Con il 1° luglio 1945 iniziò la sua attività la neo-costituita “Civil Police”, corpo appositamente creato per lo svolgimento delle normali funzioni di polizia e ordine pubblico. Il personale venne attinto, su base volontaria, di massima tra gli ex-appartenenti alle forze dell’ordine regie, mentre per quelli già postisi al servizio degli jugoslavi la selezione fu molto dura. In via provvisoria, e fintanto che non fossero state distribuite le nuove e specifiche uniformi, questi agenti erano resi riconoscibili da un apposito bracciale portato sulla manica sinistra. Per affrontare il primo inverno del dopoguerra si provvide a fornire loro giacche e cappotti dell’esercito U.S.A. di tonalità marrone, tinti di colore blu scuro. In seguito vennero confezionate apposite uniformi invernali di colore blu-notte che nel caso degli agenti a piedi, con la giubba a collo chiuso e il tipico copricapo a casco alto, ricordavano alquanto la figura del bobby inglese, mentre l’uniforme con giacca aperta di taglio britannico, da indossarsi con camicia, cravatta e berretto a visiera era riservata agli agenti a cavallo e agli ufficiali. La versione estiva prevedeva camicia e pantaloni di color kaki chiaro e una giacca dello stesso colore chiusa al collo, da indossare in certi casi. Dello stesso colore erano il berretto a visiera così come il casco “da vigile urbano”, tutti con l’emblema del Corpo costituito dal profilo stilizzato di una gazzella rossa in tondo bianco. Sempre in tinta bianca, con la scritta in nero “Civil Police” e il fregio rosso della gazzella al centro, era invece il sottoelmo di fibra americano (liner), indossato solo in funzione di ordine pubblico. L’adozione di questo copricapo suggerì alla fantasia popolare il nomignolo di “cerini” per designare gli agenti della Polizia Civile, in riferimento alla capocchia, allora bianca, di questi zolfanelli.

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La “Civil Police” a Gorizia cessò le sue funzioni il 15 settembre 1947 Passando le consegne ai Carabinieri e ai reparti di Pubblica Sicurezza, entrati in città già il giorno prima con le avanguardie dell’Esercito, mentre continuò il suo servizio nel Territorio Libero di Trieste. Quando la sovranità italiana ritornò infine anche qui, molti suoi agenti optarono per continuare il servizio nei ranghi della Pubblica Sicurezza italiana. Altri scelsero, invece, la via di un’emigrazione agevolata verso l’Australia e il Canada.

Un castello a stelle e strisce

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L’antico maniero dei Conti di Gorizia con le sue mura veneziane era stato appena ricostruito dopo le gravi offese subite nel corso della Prima Guerra Mondiale, quando riuscì fortunatamente a superare indenne anche le terribili prove della Seconda. Ridotto ormai ad un guscio vuoto e senza più interesse per la popolazione – in preda a ben altri pensieri – fu immediatamente requisito dalle truppe americane del Governo Militare Alleato che vi installarono, a titolo puramente nominale, un altisonante “Comando della Piazzaforte di Gorizia” mantenendolo altresì a disposizione nel caso vi fossero state “complicazioni” di tipo militare. In realtà al suo interno vi era alloggiato solo un modesto corpo di guardia composto da un ufficiale e dieci uomini dei “Blue Devils”, il cui compito consisteva nel tenere sotto osservazione dall’alto la città e le retrostanti zone collinose – un po’ come lo si faceva già nel medioevo e nel provvedere al quotidiano alzabandiera a stelle e strisce.

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Il mito a quattro ruote

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Dovunque combatterono gli Alleati la Jeep fu sempre presente: dalle sabbie del nord Africa alle spiagge insanguinate del “D-Day”, dalle giungle birmane alle isole del Pacifico, e poi avanti ancora per le strade d’Italia, dell’Europa e del Giappone fino alla Vittoria e oltre.

Ma cos’era questo veicolo-rivelazione e chi ne fu il padre? Intanto, per una consuetudine tutta americana, il suo nome è frutto di un neologismo derivato dalla sigla “G.P.” ossia general purpose (= per tutti gli usi), definizione che era già tutta un programma. In quanto alla paternità, concorsero in molti, anche se viene riconosciuta l’origine in un felice progetto d’anteguerra della casa automobilistica Bantam, disegnato attorno a determinate specifiche dell’U.S. Army, e che ulteriormente sviluppato dalle case Willys e Ford, portò alla creazione di un mezzo robusto, tecnicamente semplificato nella costruzione e perciò relativamente poco costoso. Poiché doveva operare essenzialmente fuori strada su terreno accidentato, fu progettato con quattro ruote motrici mosse da un motore a benzina a sei cilindri da 60 hp e un cambio a tre marce con demoltiplicatore inseribile che permetteva praticamente di disporne di sei avanti e due in retro. Con la “ridotta” poteva superare pendenze anche nell’ordine del 45-50% e con le marce alte filare sul piano fino a 100 km all’ora. L’assorbimento delle accidentalità del terreno, indispensabile requisito in un veicolo del genere, era assicurato, per ciascuna ruota, da ammortizzatori idraulici telescopici accoppiati a sospensioni costituite da molle a balestra semiellittiche.

Si calcola che nel corso della seconda guerra mondiale siano state prodotte circa 640 mila jeeps in tutti i modelli e varianti d’impiego, di cui più di 360 mila dalla sola Ford, che per le sue dimensioni industriali era l’unica azienda che poteva garantire una produzione di massa del veicolo. Le rimanenti furono prodotte dalla Willys e da altre case minori e in seguito montate anche in 26 fabbriche straniere.

Tutti gli alleati degli U.S.A., Gran Bretagna in testa, furono abbondantemente dotati di jeeps, compreso Stalin, che ne ricevette circa 20 mila sulla base della legge “affitti e prestiti”, così come ne ebbe parecchie anche l’esercito partigiano di Tito.

Alla conclusione del conflitto i surplus di jeeps derivati dalla parziale smobilitazione delle forze armate americane andarono a costituire l’ossatura dei parchi veicoli degli eserciti degli stati d’Europa liberati, Italia compresa. In quest’ultima continuarono a svolgere un quotidiano e impegnativo servizio anche nei ranghi della Pubblica Sicurezza e memorabili risultarono i caroselli della “Celere” negli anni politicamente surriscaldati dell’immediato dopoguerra. Ma questa è un’altra storia…

Oggetti e ricordi

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Note filateliche sulla Venzia Giulia nel periodo dal 1943 al 1946

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L’8 settembre 1943 la Venezia Giulia venne occupata dalle truppe dell’esercito tedesco. Diversamente da quanto fecero gli occupanti in altre province quali Lubiana, Zara, Cattaro e la Dalmazia con le isole adriatiche, per la Venezia Giulia i tedeschi non emisero alcuna serie di valori di occupazione.

Le poste continuarono a funzionare usando le emissioni sino al momento in vigore, e nonostante il crollo militare i francobolli del Regno d’Italia mantennero la loro validità.

In breve tempo la Germania sancì ufficialmente le sue mire sulla regione, istituendo la Zona di Operazioni del Litorale Adriatico (Adriatisches Kütstenland), affiancando all’apparato amministrativo italiano un controllo misto, civile e militare, tedesco.

A Gorizia l’esercito usava la Posta da Campo, l’amministrazione mista civile e militare un suo proprio servizio postale in franchigia con annulli in lingua tedesca (Deutsche Dienstpost Adria – Görz). Per le necessità del servizio postale civile si ricorse alle giacenze di francobolli del Regno d’Italia, alle quali a partire dagli inizi del 1944 si aggiunsero i nuovi valori sovrastampati prima, e le nuove emissioni poi, di francobolli della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.).

Poiché per tutto il 1944 e fino al luglio 1945 molti uffici postali della provincia di Gorizia, compreso il principale in città, rimasero saltuariamente privi di valori postali per le difficoltà di approvvigionamento dovute alla guerra, il porto veniva introitato direttamente dagli sportelli che rilasciavano apposita stampiglia sul plico.

Alla fine di aprile del 1945, a seguito della sconfitta nazista, l’intera Venezia Giulia venne occupata dalle truppe dell’esercito di liberazione jugoslavo. Nonostante i tentativi da questi messi in opera per dare alla regione un diverso assetto amministrativo ispirato alle nuove concezioni della democrazia popolare, la confusione fu talmente grande che di emettere francobolli non se ne parlò proprio. Quasi contemporaneamente all’ingresso delle truppe del maresciallo Tito, anche gli eserciti alleati fecero la loro comparsa nella regione. Per motivi di carattere diplomatico, la penetrazione venne circoscritta ai soli centri più importanti e lungo le vie di comunicazioni ritenute essenziali. Gorizia, Trieste, alcuni centri lungo l’Isonzo ed il Vipacco videro il concentrarsi di notevoli truppe alleate, in un clima di incertezza e di attendismo. In tutti i centri ove queste truppe soggiornavano, furono istituiti i servizi di Posta da Campo militari. Sino alla definitiva soluzione del problema giuliano, che vedeva due eserciti stranieri contendersi il diritto di occupare il territorio, le poste continuarono a funzionare con i criteri ed i mezzi a disposizione al momento della cessazione delle ostilità. Pertanto continuarono ad essere usati i francobolli della R.S.I. per tutti i servizi.

Fu a seguito del trattato di Belgrado del 6 giugno 1945, con il quale si stabilivano precise linee territoriali di occupazione tra l’esercito jugoslavo e gli Alleati, che l’idea di una emissione filatelica a scopo di propaganda divenne interessante agli occhi delle autorità jugoslave, ormai prossime allo sgombero di parte dei territori occupati. Il trattato infatti prevedeva che l’autorità subentrante mantenesse in vigore le amministrazioni civili operanti al momento del passaggio dei poteri militari. Fu cosi che a Trieste e a Pola, all’ultimo momento comparvero rispettivamente due emissioni di francobolli della R.S.I. e del Regno d’Italia, recanti una sovrastampa in lingua slava e nuovi valori in lire. Questi francobolli ebbero regolare corso sino al momento in cui gli alleati non decisero di emettere loro propri valori. A Gorizia queste emissioni non giunsero mai.

A Belgrado, tra il maresciallo Alexander e Tito era stato stabilito che la Venezia Giulia venisse divisa in due zone di occupazione, rispettivamente la Zona A agli Alleati, grosso modo dal Predil lungo il corso dell’Isonzo fino a Gorizia e quindi attraverso il Carso goriziano e triestino, passando sopra Trieste per fermarsi poco oltre Muggia; quindi la Zona B, la quale comprendeva tutto il resto della Venezia Giulia fino al vecchio confine prebellico. La città di Pola, in Istria, costituiva una eccezione: infatti, pur essendo lontana da questa linea di demarcazione, faceva parte con un minimo di retroterra. della Zona A.

Questa linea venne chiamata “Morgan” in onore del generale inglese che la concepì. Lo scopo era quello di garantire agli Alleati la via di comunicazione più breve fra la città di Trieste e l’Austria. Gli Alleati, dal 12 giugno 1945 data dell’entrata in vigore del trattato, fino al 22 settembre, data della comparsa dei primi francobolli emessi dalla loro amministrazione, tollerarono i francobolli emessi dagli jugoslavi e contemporaneamente quelli del regno d’Italia e della R.S.I. esistenti.

Ancor oggi non ci è dato di conoscere a quale criterio si ispirarono gli Alleati nel concepire la loro prima emissione filatelica: accanto ai valori della Luogotenenza d’Italia, già abbondantemente disponibili, vennero riesumati i vecchi valori della serie cosiddetta “imperiale” recanti ancora i fasci, i quali continuarono ad avere validità sino all’ultimo. Tutti i valori furono sovrastampati “A.M.G.-V.G.” (Governo Militare Alleato della Venezia Giulia) e dal giorno della loro apparizione tutte le precedenti emissioni vennero invalidate.

Nonostante che le emissioni di nuovi valori fossero numerose ed a brevi intervalli di tempo l’una dall’altra, non vennero emessi francobolli per pacchi postali, segnatasse e recapito autorizzato. I primi non comparvero mai. Tutte le affrancature per i pacchi vennero attuate utilizzando i valori della serie normale. Il servizio di segnatasse utilizzò i francobolli italiani della Luogotenenza prima e della Repubblica poi, privi di sovrastampa, o delle affrancature di emergenza composte da valori della serie ordinaria sovrastampati con un timbro recante una “T” maiuscola. Anche per il servizio di recapito autorizzato vennero utilizzati francobolli italiani non sovrastampati di volta in volta integrati con valori della serie ordinaria. Vennero anche emessi valori di posta aerea e per espressi.

Ebbero naturalmente corso anche gli interi postali, ed alla bisogna vennero usate le cartoline della vicina Italia, alle quali venne applicato un timbro del tipo metallico con inchiostro da tampone, riproducente la sigla “A.M.G.-V.G”.

L’amministrazione alleata si adeguò in merito alle tariffe, ricalcando fedelmente quelle in vigore in Italia. E’ comune il caso di cartoline postali con aggiunte di valore a mezzo bolli di posta ordinaria.

Come ogni amministrazione militare degna di tale nome, anche quella degli alleati usa la censura come strumento di controllo sul più comune mezzo di trasmissione delle informazioni, quale e la corrispondenza. Inizialmente venne sottoposta a censura la corrispondenza diretta in nazioni estere ed in Italia. Speciali uffici gestiti da personale dell’esercito alleato provvedevano alla bisogna, e tutta la corrispondenza portava un timbro di censura in lingua inglese. In seguito, con lo stabilizzarsi della situazione, questo incarico venne delegato ad appositi uffici costituiti, con personale civile sotto controllo alleato, i quali inizialmente adottarono i vecchi timbri di censura in vigore durante la guerra, utilizzandone anche le strisce chiudilettera con i simboli del passato regime. Infine una nuova e più anonima etichettatura che comunque andrà sempre più in disuso, e che alla fine resterà limitata ai casi segnalati dai servizi di sicurezza.

Un particolare interesse deve essere rivolto al servizio svolto dagli alleati in merito all’inoltro della corrispondenza, che sino a che la situazione viaria e dei trasporti non fu ristabilita dai danni della guerra, venne sovente svolta dagli automezzi militari e dai treni speciali gestiti dall’esercito. Tutta la corrispondenza inoltrata per tali mezzi reca stampigliato un timbro triangolare con una particolare dicitura in lingua inglese “ROUTED VIA ACCO” il cui significato è “trasmessa a mezzo della corrispondenza del comando alleato”.

Non bisogna anche dimenticare, che in zone impervie o rese difficili dalla eccessiva vicinanza della linea di demarcazione, o in assenza dei servizi o nei casi di temporaneo impedimento, il servizio di trasmissione della corrispondenza venne sovente svolto dai mezzi di servizio dell’esercito alleato.

Le località del territorio soggetto al governo dell’A.M.G.-V.G. ove funzionavano regolari uffici postali, sono, per la provincia di Gorizia, le seguenti: Gorizia (vari uffici) – Bergogna – Brazzano – Cormons – Farra d’Isonzo – Gradisca d’Isonzo – Lucinico – Mariano del Friuli – Mossa – Romans d’Isonzo – Sagrado d’Isonzo – S. Lorenzo di Mossa – Villesse – Plezzo – Canale – Caporetto.

La Zona B con tutta la ex provincia di Gorizia, di Trieste e di Pola non ceduta agli anglo-americani, nonché Fiume con l’intera penisola istriana, comprese le isole del Quarnero, venne denominata dagli jugoslavi Littorale Sloveno (sic!), retto dalla loro amministrazione militare, “Vojna Uprava Jugoslovenske Armije” (V.U.J.A.).

Il 15 settembre 1947 entrò in vigore il trattato di pace. Una parte della Venezia Giulia andò a costituire il neo-formato Territorio Libero di Trieste (T.L.T.) detto ancora “Zona A” e sotto amministrazione alleata, comprendente una striscia di territorio costiero da Duino a Muggia. Una seconda parte detta ancora “Zona B”, sotto amministrazione militare jugoslava, comprendente una fascia costiera da Cittanova d’Istria sino a Muggia. Il resto del territorio venne diviso fra Italia e Jugoslavia.

Per la provincia di Gorizia, il nuovo confine corrisponde all’attuale, con la perdita completa del territorio a nord dell’Isonzo, della valle del Vipacco e di gran parte del Carso goriziano. La provincia di Trieste, eccezion fatta per le nuove Zona A e B del T.L.T. scompariva dalla scena, l’Istria, con Fiume e Pola e le isole, passavano completamente alla Jugoslavia.

I francobolli “A.M.G.-V.G.” della Zona A cessarono di avere valore a partire dal 10 ottobre 1947. Quelli della Zona B, vissero ancora qualche mese, prima di essere sostituiti dalle nuove emissioni. Infatti persero validità a partire dal 10 maggio 1948.

Nei due anni di servizio prestati, questi francobolli svolsero egregiamente le funzioni che a loro vennero richieste e, per quanto espressione di una occupazione militare straniera, non può non essere loro riconosciuto di essere stati i primi veri francobolli della pace.

Selvino Ceschia

Vicende monetarie in Italia e nella Venezia Giulia, durante e dopo la Seconda guerra mondiale

In nessun momento storico del nostro Paese vi fu tanta abbondanza di emissioni di cartamoneta come nel periodo intercorrente fra gli anni 1943-1947. La causa va ricondotta al decorso degli eventi bellici, alla presenza sul suolo nazionale di diversi eserciti stranieri e, in particolare, al fatto che il Paese venne a trovarsi, negli anni 1943-1945, spaccato in due, ciascuna parte con un suo proprio governo, politicamente contrapposto e in conflitto con l’altro.

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I governi Alleati, nella previsione dell’invasione dell’Italia, avevano ben pensato di prepararsi anche ad affrontare problemi di natura economica e finanziaria. Lo scopo era quello di regolare i rapporti con le autorità ed i cittadini del paese invaso, nonché di mantenere i propri soldati autonomi ed estranei alle problematiche dell’amministrazione civile. Si era infatti provveduto a fare stampare negli Stati Uniti presso stabilimenti autorizzati dal governo, una serie di banconote di occupazione in lire italiane, riproducenti i tagli più comuni dei valori già in circolazione in Italia. Le banconote erano bilingui, inglese ed italiano, ed il formato si avvicinava a quello dei dollari U.S.A. Per l’uso dei militari si era provveduto a prelevare dai depositi del tesoro americano delle banconote stampate durante gli anni Trenta, caratterizzate dalla presenza di un bollo di colore giallo sul frontespizio, e che per vari motivi non furono mai messe in circolazione negli U.S.A. Anche l’esercito britannico provvide ad emettere una serie di banconote militari dei più comuni valori usati all’epoca, con valuta in ster1ine e senza alcuna ulteriore indicazione. Avvenne così che, sia per la fiducia riposta dai cittadini italiani nei confronti degli Alleati, sia per le improvvise ed impreviste possibilità commerciali derivanti dalla presenza delle truppe Alleate, in un batter d’occhio le AM-Lire (questo era il nome dato alla nuova valuta) ebbero il sopravvento e divennero di uso comune e generale. Naturalmente anche i dollari e le sterline utilizzate dalle truppe circolarono liberamente fra i civili, sebbene le banconote inglesi non avendo i tagli centesimali, costituirono un grande problema nel calcolo del cambio. Va anche ricordato che mentre dollari e sterline in pratica scomparvero dalla circolazione alla fine del conflitto, le AM-Lire mantennero la loro validità sino al 30.06.1950.

All’indomani del armistizio dell’8 settembre 1943, nella parte d’Italia in loro mani le autorità tedesche emisero prontamente marchi di occupazione, i quali oltre ad essere forzosamente fatti accettare dai cittadini con un cambio ufficiale assolutamente sfavorevole per la lira, non davano garanzia alcuna a chi li deteneva. Risulta che anche l’esercito tedesco, al pari degli altri eserciti, disponesse di banconote emesse ad esclusivo uso interno militare: sembra però che il divieto esistente di fare circolare quella valuta presso i civili venisse rispettato alla lettera dai soldati e non abbiamo prove che cosi non fosse.

Appena costituita la Repubblica Sociale Italiana una delle prime richieste trasmesse dal Duce ad Hitler fu quella di far dichiarare decaduti i marchi di occupazione e di ripristinare come unica valuta circolante la lira italiana. I tedeschi, ottenuta la garanzia che le spese militari di occupazione sarebbero state coperte dalle finanze della nuova “repubblica”, non si opposero alla richiesta e ritirarono dalla circolazione i marchi di occupazione.

Così al Nord si stamparono lire italiane con riprodotti ancora i simboli del passato regime fascista e le firme dei nuovi ministri della R.S.I., mentre nel “Regno del Sud”, cioè nei territori occupati dagli Alleati, il governo di Badoglio prima e della Luogotenenza poi, non si trovarono mai nelle condizioni di poter emettere una propria valuta, e pertanto furono costretti a finanziarsi con le AM-Lire degli Alleati.

La liberazione di Roma il 4 giugno 1944 ed il conseguente trasferimento del Governo nella capitale, consentì una parziale possibilità di rifinanziarsi mediante banconote stampate con matrici rimaste ancora disponibili dopo l’asportazione dei “repubblichini” in fuga. Avvenne così che mentre al Nord si stampavano banconote per alcuni tagli di valore, al Sud venivano stampati altrettanti tagli di valori diversi, caratterizzati, però, dalla scomparsa dei fasci littori. E’ da notare che le emissioni furono simili, sia nel taglio delle banconote, nelle misure, nei disegni e nei colori riprodotti. Solo una persona competente poteva accorgersi di quale provenienza esse fossero. Naturalmente, continuavano a circolare sia al Nord come al Sud le vecchie banconote emesse negli anni antecedenti il crollo militare del Paese.

Solamente con la fine delle ostilità riuscì al governo italiano di mettere un po’ di ordine nella massa del capitale circolante. Cessate le emissioni di lire da parte della R.S.I. e cessata ufficialmente in tutto il territorio italiano il 31.12.1945 l’occupazione militare alleata, con il passare dei mesi ed il progressivo rimpatrio delle truppe Alleate, dollari e sterline di occupazione andarono scemando sino a scomparire quasi del tutto.

Il mantenimento della presenza militare anglo-americana nei territori della Venezia Giulia contesi dalla Jugoslavia costituì un caso a parte. Una delle condizioni previste nel passaggio dei poteri fra il Governo Militare Alleato ed il Governo Italiano era quello di mettere sotto il controllo della Banca d’Italia l’emissione delle AM-Lire. Infatti, con decorrenza marzo 1946, fatta salva la garanzia che le spese di occupazione delle truppe Alleate di stanza nella Venezia Giulia venissero coperte con i fondi messi a disposizione dal Governo Italiano, le AM-Lire non vennero più stampate. Lentamente, ma inesorabilmente, il processo di riconversione della moneta si metteva in movimento. Così come le vecchie banconote del Regno d’Italia venivano ritirate dalla circolazione, unitamente alle travagliate emissioni belliche, così veniva ad essere aumentata la circolazione delle nuove lire “luogotenenziali”, che vennero integrate con titoli provvisori di grosso taglio emessi dalla Banca d’Italia. La definitiva conversione di tutte le emissioni di banconote del periodo 1943-1947 avvenne a cavallo degli anni Cinquanta, con la prima stabile emissione di banconote della Repubblica Italiana. Pertanto, sia nel territorio della Venezia Giulia occupata, che in seguito nel residuo Territorio Libero di Trieste, circolarono sempre ed esclusivamente banconote italiane, come nel resto del Paese. Il Governo Militare Alleato non interferì mai nella politica finanziaria del governo italiano e ne accettò sempre tutte le decisioni.

I soldati Alleati percepivano i loro stipendi in lire italiane, e qualsiasi operazione di carattere economico decisa dagli Alleati prevedeva sempre l’uso della valuta nazionale. Un discorso diverso, invece, fu quello della gestione interna dell’apparato militare alleato. Molti soldati richiedevano di cambiare le lire guadagnate con dollari americani da inviare a casa. A questa necessità provvide il Comando Alleato, emettendo alcune serie di certificati di pagamento per le truppe, con valore in dollari. I militari potevano cambiare le lire guadagnate con gli stipendi, in questi certificati di pagamento. Questi dollari militari potevano essere usati all’interno delle aree riservate all’esercito U.S.A., liberamente come fossero regolari dollari del loro Paese. Ogni soldato, però, poteva cambiare mensilmente una quantità ben precisa di lire in dollari militari. L’eccedenza doveva essere consumata senza possibilità alcuna di cambio ulteriore. Il motivo di questa decisione dei comandi risiedeva nel fatto di dovere arginare il cambio in dollari delle lire provenienti dai più svariati traffici illeciti che la gran parte dei militari intrattenevano con i civili dei territori occupati. L’esercito voleva evitare il riciclaggio in dollari “puliti” di lire “sporche”, se vogliamo usare terminologie più attuali. Ma le misure cautelative non erano ancora sufficienti. I comandi si riservavano di dichiarare decaduti di valore i certificati di pagamento militari emessi, senza preavviso, dando ai possessori di tali titoli tempi brevissimi a disposizione per il cambio dei certificati posseduti in autentica valuta statunitense. Superati i tempi concessi, l’operazione di cambio era considerata decaduta, ed i titoli posseduti privi di alcun valore.

Venivano quindi emessi nuovi certificati di pagamento, di colore diverso e con riferimenti di serie modificati. Mediamente la validità di ciascuna emissione non superava mai il periodo di un anno. Va da se’ che la circolazione di queste banconote militari superava i ristretti confini degli stabilimenti militari ed il loro utilizzo divenne usuale per tutti coloro che intrattenevano rapporti di qualsiasi tipo con l’esercito U.S.A., come i commercianti, i gestori di pubblici intrattenimenti, i fornitori di generi vari, o in generale coloro che avevano con i militari rapporti più o meno leciti. Tutte queste persone, o riuscivano a riciclare in tempi stretti le banconote accumulate, o rischiavano in conseguenza alle decisioni dei Comandi, di perdere tutto.

Sembra che questo metodo sortisse gli effetti desiderati, poiché gli americani non lo abbandonarono neppure dopo essersene andati dall’Italia. Ci risulta infatti che le ultime emissioni di questi certificati di pagamento militari, siano avvenute verso la fine della campagna di guerra nel Vietnam.

Anche le truppe inglesi di stanza nella Venezia Giulia, erano provviste delle loro serie di banconote militari ad uso interno. Con lievi modi fiche vennero ristampate le vecchie banconote già emesse nel 1943, e non si conoscono varianti sino al momento dell’incoronazione della regina Elisabetta II avvenuta nel 1953. Bisogna però dare atto alle autorità britanniche che le disposizioni date ai militari di non fare uscire dalle caserme e dagli stabilimenti militari le banconote dell’esercito, venivano applicate alla lettera e non si hanno notizie di traffici con i civili o d’altro; anche per i militari inglesi pagati in lire, valeva la norma del cambio in sterline contingentato. Il militare inglese però, poteva tesaurizzare le sue sterline, e cambiarle liberamente presso qualsiasi sportello di banca al suo rientro in patria. Gli inglesi avevano tradizioni centenarie sul modo di gestire le finanze militari e non si possono fare paragoni con gli americani. L’uso di questo tipo di emissioni di banconote per l’esercito continuò sino alla fine degli anni Settanta.

Selvino Ceschia

 

Uniformi di quel peridoo

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Programma delle manifestazioni di sabato 15 settembre 2007:

Ore 10.00: Ritrovo dei soci partecipanti e dei mezzi storici sul Piazzale Divisione Mantova (parcheggio antistante il campo sportivo “E. Fabretto”).

Ore 10.30: Commemorazione al Parco della Rimembranza, in Corso Italia, con deposizione di una corona ai piedi del monumento ai Caduti.

Ore 11.30: Cerimonia ufficiale con intervento delle Autorità cittadine nonché delle Associazioni dei Reduci americani e deposizione di una corona alla lapide in ricordo dell’88ª Divisione di fanteria U.S.A., collocata sul palazzo sede della Camera di Commercio, lato via Morelli; schieramento dei mezzi storici sullo slargo.

Ore 15.30: Inaugurazione della mostra storica sul tema “Ritorno a Gorizia: 1947-2007” allestita a cura dell’Associazione “Isonzo” nella sala conferenze della Biblioteca Statale Isontina (Via Mameli 12).

Ore 17.00: Carosello dei mezzi storici per le vie del centro cittadino con partenza degli stessi dal parcheggio interno della Biblioteca Statale Isontina (lato Corso Verdi) e mostra statica sullo spiazzo antistante i giardini pubblici di Corso Verdi.

LA S.V. È GENTILMENTE INVITATA

La mostra storica resterà in seguito aperta dal 16 al 30 settembre 2007 e osserverà il seguente orario: dal lunedì al venerdì dalle 10 alle12 e dalle 16 alle 18.30 al sabato dalle 10 alle 12 alla domenica dalle 16 alle 18.30

Con il patrocinio e la collaborazione di:

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Archivio AGI foto Altran

Vedi anche le foto dedicate a tutta la manifestazione:

RITORNO A GORIZIA 1945-1947 le foto delle celebrazioni, la sfilata, i mezzi storici ecc…